Approfondimenti
Comma 22
Punito per esserti protetto: quando l’allarme di sicurezza si amplifica fino a colpire chi ha fatto la cosa giusta.
di Paolo Zangheri · 27 agosto 2026 · 7 min di lettura
Ti sei protetto.
Dunque sei sospetto.
Resetta comunque.
Un ricercatore è in trasferta. Si collega da una rete wifi pubblica, e come gli hanno insegnato accende la sua VPN commerciale prima di aprire la posta. È esattamente il comportamento che ogni corso di sicurezza gli ha raccomandato: su una rete non fidata, cifra il traffico e nascondi la tua origine. Fa la cosa giusta.
Dall’altra parte, un SOC che presidia decine di enti osserva i log con regole di analisi preconfezionate. Vede un accesso con password corretta, da un indirizzo IP estero che le fonti pubbliche classificano come «VPN o proxy», con uno User-Agent leggermente diverso dal solito, di sera. La regola, uguale per tutti, si accende: rischio. Nasce una segnalazione. E qui sta il paradosso: il segnale che l’ha fatta scattare è la prudenza.
Non è una storia sulla minaccia, perché la minaccia non c’era. È una storia su cosa succede a un allarme dopo che è nato: su come si amplifica, di mano in mano, finché non si ritorce contro la persona che stava semplicemente proteggendo sé stessa.
L’allarme non è il colpevole
Sgombriamo il campo, per onestà. L’allarme, di per sé, poteva starci. Una password corretta da un luogo insolito è, dai soli log, indistinguibile da un account takeover: potrebbe essere il ricercatore in viaggio, oppure un attaccante con una credenziale rubata. I due scenari producono la stessa riga di log. Anzi: chiedere all’utente «sei stato tu?» è la mossa giusta, ed è persino ciò che, alla fine, viene fatto.
Il problema non è che l’allarme sia scattato. È tutto quello che succede tra lo scatto e quella domanda. Perché nel mezzo l’allarme non resta un’ipotesi da verificare: cresce.
L’amplificazione
Una segnalazione viaggia attraverso le persone, e a ogni passaggio cambia forma. Parte dal SOC come «possibile anomalia da verificare». L’operatore intermedio, che non ha il contesto per ridimensionarla e non vuole essere quello che ha sottovalutato un attacco, la inoltra come «accesso malevolo, correttamente bloccato». Arriva all’utente come un imperativo: «resetti immediatamente la password».
È il gioco del telefono al contrario. Di solito un messaggio, passando di bocca in bocca, si degrada e perde pezzi. Qui succede l’opposto: perde le sfumature ma guadagna certezza e urgenza. «Forse» diventa «sicuramente», «da verificare» diventa «da rimediare subito». Ogni anello della catena, non avendo il contesto per attenuare, sceglie la versione più prudente per sé, che è sempre la più allarmante per l’altro. E intanto partono le reazioni automatiche: blocco degli indirizzi dei servizi VPN commerciali, reset forzato delle credenziali, l’utente trattato come un incidente da contenere.
Il Comma 22
Nel romanzo di Joseph Heller, il Comma 22 è la regola perfetta perché non ha via d’uscita: un pilota può essere esonerato dalle missioni solo se è pazzo, ma deve chiederlo lui, e chiunque chieda di sottrarsi al pericolo dimostra con ciò stesso di essere sano di mente, e quindi deve continuare a volare. La regola che dovrebbe proteggerti si annulla nel momento in cui provi a invocarla.
La nostra è la stessa trappola. Ti proteggi con una VPN, e la protezione diventa la prova a tuo carico. Fai ciò che la sicurezza ti ha insegnato, e proprio per questo finisci nell’elenco dei sospetti. Il sistema punisce il comportamento che esso stesso predica: usa una VPN sul wifi pubblico, ti dicono; poi ti segnalano perché hai usato una VPN sul wifi pubblico. E l’onere della prova si capovolge: non è il sistema a doverti spiegare perché ti accusa, sei tu a dover dimostrare la tua innocenza per aver fatto la cosa giusta.
Non è malizia, è il ruolo
Verrebbe da leggerci una specie di rivalsa contro gli utenti. Ma non serve immaginare cattiveria: basta la struttura.
C’è un’asimmetria di sforzo che toglie ogni freno. Per l’operatore la reazione è un clic: resetta, blocca, chiudi il ticket. Per l’utente sono ore perse, un account congelato, la propria identità messa in discussione. E chi decide non paga mai il costo del proprio falso positivo, quindi non ha alcun incentivo a essere prudente nel senso opposto, quello di non disturbare chi non ha fatto nulla. C’è poi la distanza: nella console l’utente non è una persona, è un oggetto-rischio, una riga con un punteggio. È più facile essere spietati con una riga che con una persona.
È l’immagine resa celebre dall’esperimento carcerario di Stanford: metti persone normali in un ruolo di potere su altre, dietro un’uniforme e una procedura, e la deriva verso l’abuso arriva da sola. Non serve cattiveria individuale: bastano il ruolo, la distanza e il potere di decidere sull’altro senza pagarne il prezzo.
La formulazione più sobria e più utile è quella di Angela Sasse, in un articolo del 1999 dal titolo che è già una tesi: «Users Are Not the Enemy». Quando la sicurezza tratta gli utenti come il nemico da controllare, non li rende più sicuri: li trasforma in avversari, e li spinge esattamente verso i comportamenti che voleva evitare. L’utente trattato come sospetto smette di collaborare, aggira, non segnala. La sfiducia è reciproca, e si autoalimenta.
Detection senza contesto
Sotto tutto questo c’è una radice tecnica precisa: rilevare senza contesto. Le regole preconfezionate di un SIEM o di un motore di identity protection codificano un «normale» generico, buono per un ufficio qualunque: si lavora dalla sede, in orario, con lo stesso dispositivo, dallo stesso Paese. Applicato alla cieca a un ente di ricerca, dove mobilità, VPN, collaborazioni internazionali e orari improbabili sono la normalità, quel «normale» descrive un mondo che non esiste, e ogni deviazione da un modello sbagliato diventa un allarme.
Così un IP classificato come «VPN commerciale» viene letto come «malevolo», quando è solo contesto: la reputazione dice cosa transita da quell’indirizzo, non chi sei tu. È la stessa confusione, vista da un’altra angolazione, tra «abbiamo trovato qualcosa» e «dovete agire». E non è un caso isolato: nei centri operativi i falsi positivi superano regolarmente la metà degli allarmi, in certi casi l’ottanta per cento, gli analisti passano più di un quarto del tempo a smaltirli e una quota enorme di segnalazioni finisce semplicemente ignorata. È il mare in cui galleggia il nostro episodio: un rumore così alto che il segnale, quando è vero, non si sente più.
Come si fa, invece
La cura non è spegnere il monitoraggio, ed è persino ovvia una volta detta. È restituire contesto al controllo.
Significa fare una baseline sul comportamento reale di quell’ambiente, non su un modello generico: se quell’utente viaggia e usa una VPN da mesi, quello è il suo normale. Significa arricchire il segnale prima di giudicarlo, trattando la reputazione di un IP come un indizio e non come una sentenza. Significa mettere un umano nel loop prima della remediation, non dopo: la domanda «sei stato tu?» va fatta all’inizio, non dopo aver bloccato mezza infrastruttura VPN e resettato le credenziali. Significa una risposta proporzionata, lo stesso principio del privilegio minimo applicato non ai permessi ma alle reazioni: la misura più piccola che risolve, non la più grande che rassicura chi la ordina. E significa, in fondo, la scelta di campo di Sasse: progettare la sicurezza con gli utenti e non contro di loro, perché un utente trattato da alleato è la migliore rete di rilevamento che hai, e un utente trattato da sospetto è un sensore che hai appena spento.
Perché capirlo fa la differenza
Un controllo che non capisce l’ambiente che sorveglia non è più sicuro degli altri: è solo più rumoroso e più ostile. E il primo prezzo non lo paga l’attaccante, che quella sera non c’era: lo paga la fiducia. Ogni ricercatore punito per essersi protetto impara due lezioni sbagliate, che la sicurezza è un fastidio da aggirare e che segnalare non conviene, e sono esattamente le due lezioni che, il giorno in cui la minaccia sarà vera, ci faranno arrivare l’allarme troppo tardi.
Il Comma 22 ha una caratteristica crudele: chi ci è dentro non può romperlo. Solo chi tiene la penna, chi scrive le regole e ordina le reazioni, può decidere di spezzarlo. La sicurezza matura non si misura da quanti allarmi genera, ma da quante volte, prima di trattare una persona come una minaccia, si è presa la briga di chiedersi se non stesse semplicemente facendo la cosa giusta.
Fa parte della serie sulle fondamenta invisibili dell’infrastruttura. Leggi anche Il deserto dei falsi positivi e Vieni al lato oscuro.
La tua detection conosce l’ambiente che sorveglia?
Ridurre i falsi positivi, dare contesto agli allarmi e progettare risposte proporzionate che non trattino gli utenti come nemici: è la differenza tra un controllo che protegge e uno che disturba, e si può costruire.

